martedì 24 marzo 2009

• Testamento biologico: le parti in causa

Su problemi 'eticamente sensibili' si rilevano due posizioni: quella di chi si batte decisamente (spesso fino ai limiti di un fondamentalismo discutibile) per far prevalere le posizioni di principio che gli sono proprie; quella di chi coglie l'occasione per strumentalizzare il problema per mettere in difficoltà l'avversario.
In questi giorni abbiamo davanti il caso del DAT - testamento biologico.
In una realtà come quella nella quale è costretto il nostro Paese in questi ultimi anni ( cioè di una realtà nella quale i raggruppamenti politico-partitici annotano la compresenza di persone con principi e valori etici 'assoluti', talora diversi) è necessario assicurare la libertà di coscienza dei propri militanti al momento del voto degli atti deliberanti. È l'unica possibilità di mantenere vitale il patto di convivenza, dal momento che i motivi costitutivi di una aggregazione di persone sono soprattutto legati ai tempi ed ai modi coi quali si possono raggiungere obiettivi nel breve-medio periodo. Se tale patto si logorasse si andrebbe diritti per uno stato di conflittualità permanente.
È perciò da comprendere l'imbarazzo attuale delle dirigenze di partiti come il PDL e come il PD. Hanno a che fare con una composizione dei gruppi parlamentari assai varia e governabile, spesso, sulle opportunità elettorali e disciplinari interne.
Piaccia o meno le conseguenze normative di tutto questo tendono a rispondere ad esigenze più formali che sostanziali (anche se poi con le ricadute di queste nella comunità si devono fare i conti). Da ciò il progressivo indebolimento della credibilità della normativa e le forzature applicative che ne derivano, in ogni direzione.
Nel PD e nel PDL (ma non solo) sono presenti persone deliberanti con dichiarata sensibilità ai valori ed ai principi della vita, così come richiamati dall'essere cristiani; altri decisamente 'relativisti' ed altri indifferenti (quindi tendenzialmente opportunisti). In entrambi i gruppi, quelli che si richiamano esplicitamente ai principi cristiani sono minoranza.
Ci si può battere a viso aperto per i propri principi ovunque riteniamo possibile una maggior affermazione di ciò che individuiamo come bene comune.
Ma chi dall'esterno dei gruppi ci richiama a principi e valori - che riteniamo nostri - non può sostenere più gli uni degli altri, secondo opportunità e convenienza del momento. È un atteggiamento, presente anche in recente passato, ma che lascia (certamente me) ampiamente perplessi.
Per quanto mi riguarda, tendo a considerarli come cascami di una cultura che non vuol tener conto del fatto che nella comunità si è tra diversi, che non tutti la pensano come noi e che siamo da decenni una minoranza (importante, ma una minoranza!). Anzi conviviamo tra diversi non solo secondo le culture affermatisi negli ultimi due secoli nel mondo occidentale ma dovendo tener conto anche di culture maturate in altre realtà continentali.
Allora dobbiamo chinare la testa e subire le altrui convinzioni? Certamente NO. Ma dobbiamo creare le condizioni, tutti insieme, per evitare sovrapposizioni e sincretismi e per giungere a punti d'incontro comuni in un contesto di regole accettate, dalla gran parte dei cittadini, secondo ragione ed intelligenza.

1 commento:

Ettore ha detto...

Concordo con quanto stampato da LIBERAL.
LIBERAL - 27 marzo 2009

Non dite «Hanno vinto i cattolici»
di Andrea Mancia


Siamo alle solite. La legge sul biotestamento passa al Senato con un emendamento (proposto dall'Udc) che, di fatto, cancella il carattere vincolante per i medici delle "dichiarazioni anticipate di trattamento" firmate dai malati. E immediatamente parte la corsa per sottolineare la vittoria del "fronte cattolico", accusato di aver architettato una «legge imbroglio » (Angela Finocchiaro), una «presa in giro» (Felice Casson), dando il «bacio della morte» a tutto l'impianto legislativo così faticosamente costruito (Ignazio Marino).

Siamo alle solite, dicevamo, perché queste periodiche levate di scudi arrivano soltanto quando, nel gioco della democrazia, viene sconfitto un determinato tipo di posizione, politica e culturale. Se l'emendamento sui "dat" fosse stato bocciato dal Parlamento, quanti mezzi d'informazione avrebbero parlato di «vittoria del fronte laicista» (o laico, o quello che vi pare)? Ieri Paolo Ferrero ha parlato di «misura clerico- fascista». Ma una norma opposta sarebbe stata forse bollata come "ateo-comunista"? Niente affatto. Perché quando a prevalere è qualcuno si parla di "vittoria della libertà di coscienza". Quando a prevalere è qualcun altro si invocano le "ingerenze della Chiesa". È esattamente la stessa falsa dicotomia che l'establishment del politicamente corretto ha cercato di imporre nel dibattito statunitense sul finanziamento federale per la ricerca sulle staminali. Il presidente Bush toglie i fondi? È un'inaccettabile prevaricazione della politica sulla scienza. Il presidente Obama cancella i limiti voluti da Bush? È una storica vittoria della scienza sulla politica. La verità, molto banale, è che in entrambi i casi si è trattato di scelte politiche. Legittime (e criticabili) quanto si vuole, ma genuinamente politiche. E la verità sul "caso italiano" è altrettanto banale, anche se farete fatica a leggerla sui giornali di oggi: al Senato non ha vinto un fantomatico "fronte cattolico", proprio come non ha perso il "fronte laico". Ha "vinto" l'impostazione politica che ha accomunato una serie di parlamentari con storie, appartenenze, estrazioni ideologiche, culturali e religiose diverse. Nessuno di loro ha votato perché "costretto"dalle gerarchie ecclesiastiche, proprio come nessuno dei loro avversari era tenuto sotto scacco dalle lobby sataniste. E tutti, con ogni probabilità, hanno votato secondo "libertà di coscienza". Perché la libertà, o la coscienza, esistono perfino quando - magari per caso - le proprie posizioni non sono distanti da quelle della Chiesa.