mercoledì 25 marzo 2009

• Cristiani ed ebrei, fratelli divisi

Il priore di Bose, Enzo Bianchi, ci ripropone una lettura delle relazione ebrei-cristiani. Su di essa dobbiamo misurarci, nel rifiuti di atteggiamenti pregiudiziali. Il pezzo, proposto attraverso LA STAMPA non è, a mio avviso, solo interessante ma importante - non solo per quelli come noi che si impegnano nel seguire Cristo ed il suo insegnamento.
Enzo Bianchi comincia in questa maniera il suo approfondimento: «Oggi, 17 gennaio, vigilia della settimana di preghiera per l'unità visibile di tutte le confessioni cristiane, ebrei e cristiani avrebbero dovuto celebrare insieme la giornata dedicata al dialogo religioso tra loro. Questa iniziativa, voluta e perseguita da quel gruppetto sparuto che a partire dal Concilio Vaticano II si era particolarmente impegnato nell’incontro, nella conoscenza e nel confronto con gli ebrei (il Sae, la Comunità di Bose e il sottoscritto, altri pionieri del dialogo ecumenico...), trovò poi nel 1990 un’istituzione precisa e fissa grazie allo stimolo di mons. Alberto Ablondi, vescovo incaricato per l’ecumenismo di parte cattolica in Italia. Un’iniziativa «italiana», che fu più tardi assunta da altre Chiese europee, un’iniziativa convinta: nel dialogo tra le Chiese cristiane non si poteva dimenticare il dialogo con gli ebrei, i nostri fratelli (l’aggiunta dell’aggettivo «maggiori» ha solo un senso affettivo), perché noi e loro siamo stati generati sulla radice santa dell’Israele che è in alleanza eterna e mai revocata con il Dio uno, vivente e vero. Sappiamo che il dialogo tra ebrei e cristiani è asimmetrico.
Noi cristiani abbiamo bisogno di dialogare con loro e di guardarli come popolo di Dio nella storia, mentre gli ebrei a livello teologico non hanno un eguale bisogno di noi; infatti, terminato il tempo della teologia del disprezzo nei loro confronti, noi abbiamo iniziato ad abbozzare una teologia dell’ebraismo, mentre sappiamo di non poter pretendere un cammino speculare da parte loro. Per noi cristiani «l’Israele di Dio» (Gal 6,16), cioè gli ebrei credenti e confessanti Dio (e solo Dio li conosce in verità), ci sta accanto in attesa del compimento delle promesse di Dio, che possiamo accelerare solo attraverso la preghiera.

Non bisogna d’altra parte dimenticare che, dopo lo «scisma» tra ebrei e cristiani alla fine del I secolo e fino all’ora del Concilio Vaticano II, noi abbiamo pregato inoculando nelle nostre preghiere sovente disprezzo e a volte vero e proprio odio nei confronti degli ebrei. Basterebbe ricordare che il Venerdì Santo pregavamo «per i perfidi giudei» e per loro non ci inginocchiavamo, ma addirittura facevamo baccano con le raganelle, strumento sinistro in uso solo nei giorni santi. Poi venne la fine del disprezzo, soprattutto grazie a Giovanni XXIII, che tolse dalla liturgia l’aggettivo «perfidi» e chiese che si pregasse solo «per i giudei». Da allora è stato fatto un cammino impensabile anche per noi addetti ai lavori e, in un certo senso, impegnati nel dialogo ecumenico: lo dimostrano i testi del Vaticano II (in particolare la dichiarazione Nostra Aetate), la riforma liturgica, le parole sull’«alleanza mai revocata» pronunciate da Giovanni Paolo II nella sua visita del 1980 alla sinagoga di Magonza, la preghiera comune fatta nel 1986 nella sinagoga di Roma, fino ai recenti incontri di Benedetto XVI con gli ebrei. Va riconosciuto: è stato un cammino imprevedibile e molto più rapido dello stesso cammino ecumenico tra cristiani! ».

Ma vale la pena di leggere il testo completo.


Richiamo alla prima pubblicazione del 17 gennaio 2009

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