venerdì 11 settembre 2009

• Incompatibilità dei ruoli pubblici ed ecclesiali


Si pone da sempre il problema della distinzione dei ruoli tra chi è chiamato ad esercitare un ruolo rappresentativo nelle istituzioni, in un partito o in una associazione non ecclesiale e quello esercitato in un qualsiasi livello per conto della Comunità ecclesiale, dalla parrocchia, alla associazione ecclesiale,alla diocesi, ecc. Entrambi i ruoli esigono reciproca autonomia e trasparenza e quindi sottendono una netta e reciproca incompatibilità di esercizio (formale e sostanziale). Non a caso la chiesa locale livornese in anni recenti lo ha confermato in alcuni documenti pubblici.

Nelle NOTE ai candidati per le elezioni locali del 2004, tra l’altro, confermava: «il rifiuto netto di assegnare ai cattolici il ruolo di assistenti sociali della politica e di esperti in povertà; quello di chi si chiude in una nicchia e rinuncia alla fatica di pensare il mondo e di immergersi nei processi contemporanei». ed aggiungeva a tale proposito di condividere «senza riserve, la scelta consolidata di non coinvolgere strutture e persone aventi responsabilità operative ad ogni livello nella Chiesa locale, in impegni di sostegno elettorale - diretto o indiretto - per chicchessia; non essendo totalizzante il ruolo che la Chiesa intende svolgere nell’insieme della Comunità. Non si dimentica infatti che, per ciascun soggetto e persona, essere autonomi non significa rendersi estranei a qualcosa o a qualcuno ma rendersi idonei ad agire, pensare, progettare senza ricercare od accettare vincoli esterni di subordinazione o delegare ad altri soggetti scelte che riguardano la sua possibilità e capacità di partecipare.»

Non solo ma precisava nel documento “da cristiani in politica” che, tra i “requisiti per il cristiano eletto in una carica di rappresentanza”, doveva essere considerata l’autonomia reciproca dei ruoli civile ed ecclesiale col «rispetto e promozione di tutte quelle regole che richiedano incompatibilità fra possibili incarichi diversi».

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